Amori, date, imprese. I corpi scritti degli azzurri.
Era una moda ora è diventata un’ossessione di tutti i calciatori
E in Nazionale c’è chi ne ha 23, chi esibisce i trionfi, chi i figli.

BADEN - Delfini, maschere maori, crocifissi, granchi, compleanni, anniversari, stellette, coppe del mondo, trifogli, samurai e centurioni. Eccoli, sono loro, quelli che la pelle è come un foglio da disegno, una tela, un muro rosa dove appendere un quadro. Bicipiti, quadricipiti, polpacci e pance buoni per fare affreschi, chiappe solidissime da ricoprire di inchiostro indelebile. E chi meglio dei calciatori? I più forti espositori di tatuaggi al mondo.
Arriva l’estate, arrivano i mondiali o gli Europei ed ecco saltare fuori i tatuaggi. Lo fanno tutti da anni certo ma ormai è un’ossessione. Cassano ha un delfino azzurro sul gomito sinistro, ha scelto un animale nobile e gentile come lui proprio non è. E allora meglio una maschera maori sull’altro braccio: per fortuna non è uno di quei guerrieri che fanno la linguaccia. Sulle spalle il segno del cancro, un ideogramma sul braccio sinistro. E poi anche un drago e un ramo d’albero.
Materazzi è il campione mondiale: cominciò in Inghilterra e poi proseguì a Perugia. Il più bello è un indiano arrabbiato sul petto: se lo fece fare quando Cuper lo metteva in panchina. I nomi delle mogli e dei figli ce l’hanno un po’ tutti. E allora lui ha aggiunto polinesiani sul braccio sinistro, le quattro stellette mondiali, una Coppa del Mondo, l’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci sulla pancia, fiori e farfalle sul braccio destro. “Materazzi così racconta la sua vita - dice Alessandra Maggiora Vergano, la sua tatuatrice personale - è il suo modo di esprimere le emozioni: arriva che ha già le idee chiare, io mi limito a consigliarlo. Tutto indelebile, certo”. In totale Materazzi ne ha 23. Come il suo numero di maglia: inciso pure quello.
Nel suo studio di Monza si sono affacciati anche Cannavaro, Ibrahimovic, Figo, Vieri e altri. Cannavaro sul braccio destro ha un samurai, sulla schiena due maschere giapponesi, una donna e un anziano, e poi fiori di ciliegio. Si sentono tutti un po’ guerrieri questi ragazzi - loro come migliaia di altri giovani, intendiamoci - le date sono state quasi tutte trasformate e scritte in numeri romani. L’antica Roma piace, tira, simboleggia la grandezza e l’onore, concetti forti.
Totti fu tra i primi a esibire un centurione. De Rossi però ci ha messo un personaggio dei fumetti e Gamberini, l’ultimo arrivato, una delicata frase di Fabio Volo: “Tutto quello che dai è tuo per sempre”. Aquilani invece ha un grosso crocifisso. E del resto un angelo custode crocifisso ad ali spiegate ce l’ha pure Beckham. Del Piero fra i nuovi ha un’aquila. Vuole volare.
“Il tatuaggio è un messaggio, ovvio - dice Bruno De Michelis, psicologo del Milan - il nome dei familiari esprime un forte legame. Indelebile, indistruttibile e sulla carne. E quindi è anche un messaggio fortissimo. Ma un tempo lo facevano nobili e carcerati: solo gli ergastolani potevano esibire determinati segni, erano come dei gradi. Oppure gli indios che giravano nudi proprio per esprimere la tribù d’appartenenza. Farsi quindi un “tribale” vuol dire sentirsi un guerriero. Io temo però che calciatori e in genere la maggior parte di quelli che ne hanno lo facciano unicamente per un fatto di moda, estetico. Comunque finché va così va bene: ho sentito di gente negli Usa che si è fatta marchiare a fuoco e di altri che hanno fatto addirittura scarnificazioni”.
Certo fra i tanti c’è anche chi si fa baffetti della Nike (non gli azzurri) e chi come Miccoli, che accanto al Che, già esibito da Maradona, ha persino una specie di foto della moglie e uno slogan che andrebbe bene per l’ufficio turistico di Lecce: “Salento terra di mare, sole e vento”. Mai nessuno come Ezequiel Lavezzi l’argentino del Napoli, comunque: un Maradona, un Gesù sul cuore, una ragazza seminuda e una pistola sul fianco destro. Può bastare?
Fonte: Repubblica